L’impero dei Mooc
Così Internet si prepara a uccidere l’università
Alcune settimane fa 58 professori di Harvard hanno scritto una lettera al preside della facoltà delle Arti liberali in cui lamentano di essere stati esclusi dalla rivoluzione online dell’università. Attraverso il portale edX, il provider di corsi online condiviso con il Massachusetts Institute of Technology, l’Università di Berkeley, Georgetown e altri atenei americani, l’università offre gratuitamente lezioni, appunti, materiali e anche forum con i professori a chiunque abbia un computer e una connessione; sennonché molti professori sono “profondamente preoccupati” dall’esplosione dell’educazione online e temono di diventare ferri vecchi dei quali prima o poi il sistema sentirà il bisogno di liberarsi.
8 AGO 20

New York. Alcune settimane fa 58 professori di Harvard hanno scritto una lettera al preside della facoltà delle Arti liberali in cui lamentano di essere stati esclusi dalla rivoluzione online dell’università. Attraverso il portale edX, il provider di corsi online condiviso con il Massachusetts Institute of Technology, l’Università di Berkeley, Georgetown e altri atenei americani, l’università offre gratuitamente lezioni, appunti, materiali e anche forum con i professori a chiunque abbia un computer e una connessione; sennonché molti professori sono “profondamente preoccupati” dall’esplosione dell’educazione online e temono di diventare ferri vecchi dei quali prima o poi il sistema sentirà il bisogno di liberarsi. Anzi, forse il sistema li sta già prepensionando ma finora non se n’erano accorti. Prima della lettera di Harvard, il dipartimento di Filosofia della San José State University, istituzione californiana che naviga – come tante sorelle americane – in pessime acque finanziarie, era insorto contro il rettore: in virtù di un accordo con edX l’ateneo si preparava a offire agli studenti JusticeX, la versione online del corso che il filosofo Michael Sandel tiene a Harvard con una partecipazione da concerto pop. Gli studenti di Sandel riempiono la platea, le logge, si siedono per terra e sgomitano all’ingresso tanto bramano di seguire le spettacolari lezioni del professore che con uno stile a metà fra il metodo socratico e la telepredicazione evangelica spiega l’idea di giustizia attraverso dilemmi tratti dalla vita quotidiana. Perché assumere un professore di Filosofia quando si possono mostrare agli studenti le lezioni filmate del divino Sandel pagando una commissione a Harvard e le royalty all’insegnante?
Il rettore della San José State University si è detto che non c’era alcuna ragione valida per rimanere nell’alveo di una tradizione insostenibile, ha firmato il contratto e ha chiesto ai suoi professori di filosofia di “amministrare” il corso online di Sandel. Loro non l’hanno presa bene: “Non prendiamoci in giro: gli amministratori dell’università stanno iniziando a rimpiazzare i professori con una più economica educazione online”. Ai filosofi californiani non sfugge nemmeno l’ironia di offrire un corso sulla giustizia che contribuisce a creare un sistema ingiusto in cui “si formeranno due classi di università: una piena di finanziamenti in cui gli studenti privilegiati avranno i loro professori reali; l’altra fatta da università in pessime condizioni economiche in cui gli studenti guardano su uno schermo un mucchio di lezioni registrate”. In una lettera che trasuda imbarazzo Sandel ha risposto ai timori dei colleghi con due argomenti che si scontrano in modo inevitabile. Primo: “Il mio obiettivo è soltanto offrire risorse educative gratuitamente”. Secondo: “L’ultima cosa che desidero è che le mie lezioni online danneggino colleghi in altre istituzioni”.
E’ qui che si squaderna la grande contraddizione del Mooc, i “massive open online course” che stanno proliferando nelle università di tutto il mondo e in particolare in America, dove il college comporta investimenti che le famiglie spesso non possono permettersi. Cosa rimarrà dell’università – soprattutto di quelle senza il blasone – se i contenuti sono offerti online gratuitamente?
E’ qui che si squaderna la grande contraddizione del Mooc, i “massive open online course” che stanno proliferando nelle università di tutto il mondo e in particolare in America, dove il college comporta investimenti che le famiglie spesso non possono permettersi. Cosa rimarrà dell’università – soprattutto di quelle senza il blasone – se i contenuti sono offerti online gratuitamente?
Gli americani, coniatori naturali di verbi, parlano di “moocification” dell’educazione universitaria, un fenomeno che porterà alla “Ivy League di massa”, come la chiama il Time, e rimpiazzerà gli antichi corsi. Chiunque può già seguire senza spese e da casa lezioni di Yale e Stanford; le braccia alzate sono sostituite dai forum, i colloqui con il professore si fanno via email, gli esami – già in gran parte sostanzialmente aboliti se si intende il termine “esame” in senso europeo – si possono sostenere tranquillamente a distanza. C’è una grande differenza però fra la laurea online “classica” e il Mooc: la prima è un percorso fatto a distanza che impiega risorse simili e ha lo stesso valore legale della laurea tradizionale. Solitamente la retta per i corsi online è decisamente inferiore a quella per chi frequenta i corsi nel campus, ma lo stesso è considerevole, dato che i professori correggono paper e intrattengono relazioni virtuali esattamente come fanno vis à vis con gli studenti regolari. Il Mooc invece è sbilanciato sul lato passivo dell’insegnamento. L’interazione fra insegnanti e studenti è estremamente limitata e in genere seguire un Mooc produce tutt’al più un attestato.
Nel 2011 Sebastian Thrun e Peter Norvig hanno lanciato a Stanford un corso online sull’intelligenza artificiale. Quando in pochi giorni hanno raggiunto i 160 mila iscritti hanno capito immediatamente che il mondo dell’educazione era sulla soglia di una rivoluzione. I Mooc si sono moltiplicati a dismisura e prima che le grandi università potessero attrezzarsi Thrun aveva già creato Udacity, piattaforma di corsi universitari gratuiti.
Nel 2011 Sebastian Thrun e Peter Norvig hanno lanciato a Stanford un corso online sull’intelligenza artificiale. Quando in pochi giorni hanno raggiunto i 160 mila iscritti hanno capito immediatamente che il mondo dell’educazione era sulla soglia di una rivoluzione. I Mooc si sono moltiplicati a dismisura e prima che le grandi università potessero attrezzarsi Thrun aveva già creato Udacity, piattaforma di corsi universitari gratuiti.
Sul portale Coursera si possono seguire corsi di Yale, Princeton, UPenn e di altre decine di università altrimenti accessibili attraverso una selezione proibitiva per i più. Il Georgia Tech, cliente di Udacity, sta preparando un corso di laurea esclusivamente basato sui Mooc, con pergamena finale e tutto il resto. Per farlo sta assumendo tecnici di laboratorio e programmatori, personale non docente per portare ovunque i suoi corsi. Soprattutto sperano di portarli, a pagamento, nelle aule di altre università che potranno permettersi uno snello team di tecnici ma non un corpo docenti. Tutti stanno cercando un modello di business sostenibile prima che sia troppo tardi. Thrun dice che nel giro di dieci anni le università saranno tutte in bancarotta. Clayton Christensen, professore di Harvard e teorizzatore della “disruptive innovation” (la tecnologia distrugge un mercato e lo rimpiazza con un altro più vasto: si procede per distruzioni concatenate, non per incremento) è leggermente più cauto, ma il risultato è simile. E la bolla dei debiti universitari è la benzina della “moocification”: un laureato americano entra nel mondo del lavoro con un debito medio di 26.600 dollari e per uno su otto la cifra è superiore ai 50 mila dollari, mentre il Mooc è gratis. L’obiezione ovvia è che i corsi online non offrono (ancora) un titolo spendibile sul curriculum; la risposta, altrettanto ovvia, dei propalatori della nuova educazione è che anche la laurea non è al riparo dall’inflazione.